mercoledì 26 settembre 2012

Una favola per Robertino

ROBI-No E ROBI-Sì


"Roby, svegliati! E' ora di andare a scuola!" Urla la mamma.
"No!" Risponde deciso Robertino, sprofondato nel suo comodo letto, tra il poster del Milan e quello di Ben 10, riprendendo a dormire tranquillamente.

Robi-no è un bambino come tanti del suo paese. Anche lui, appena nato, disse subito "no!", come i suoi compaesani. La sua mamma è una donna alta e magra, ha un lunghissimo collo  - come tutti gli altri, del resto - che le permette di tenere la testa tra le nuvole. Tutti gli abitanti del paese di Robi-no hanno la testa tra le nuvole, sono molto magri e molto alti, non hanno una casa, dormono accucciandosi per terra,  non hanno nulla da cucinare, mangiano ciò che trovano sugli alberi o le bacche dei cespugli, non lavorano, non fanno nulla, insomma, stanno solo con la testa tra le nuvole. Robi-no è ancora piccolo, ma il suo collo si allunga velocemente e presto anche lui potrà stare come gli altri con la testa nella nebbia.
Un giorno la sua mamma sentì, portato dal vento, il suono di una campanella; chiese ai suoi vicini che cosa fosse quel suono così allegro e le spiegarono che era la campanella della scuola di un paese vicino. "La scuola? Che cos'è?" chiese la mamma. "E' un posto dove vanno i bambini - le risposero - e sembra pure che si divertano!"
"Sai, Robi-no, mi piacerebbe che tu andassi a scuola!" disse subito al suo bambino.
"No!" rispose Robi-no e non se ne fece nulla.
Perchè lui avrebbe dovuto andare in questo posto chiamato scuola, che non sapeva nessuno che cosa fosse, quando tutti gli altri bambini del suo paese non ci andavano?
Non gli venne però la curiosità di sapere che cosa fosse una scuola, no, lui non era affatto curioso. Era grintoso e deciso, invece, parlava solo con chi gli piaceva e tutti gli altri li cancellava dalla sua vista, metteva loro intorno una nuvoletta e non li vedeva più: chi era brutto, chi era piccolo e basso, le ragazzine stupide e smorfiose (tutte, praticamente!), i ragazzi disabili. Per lui non dovevano esistere e, dato che non aveva armi per ucciderli (perchè nel suo paese non c'erano neanche quelle), li cancellava.

Non molto lontano dal paese di Robi-no c'è un altro piccolo paese, dove vive Robi-sì. Anche lui è un bambino come tanti del suo paese e anche lui, appena nato, disse subito "sì!", come i suoi compaesani.

Un pomeriggio Robi-sì è sprofondato in poltrona, in attesa che inizi in TV il nuovo episodio delle storie di Ben 10 e sul suo iPad sta digitando su Google Map la parola "Torino", perché vuole vedere dove si trova questa città, ma la sigla di Ben 10 lo distrae e scrive "Robino". Guarda distrattamente ciò che ha scritto e scopre, con meraviglia, che, poco distante dal suo paese, c'è il paese di Robi-no. La sua attenzione è calamitata dalla scoperta - Ben 10 può attendere! - di un paese di cui nessuno conosceva l'esistenza (ma a Google Map non si sfugge!); guarda meglio: sono solo 10 Km di distanza! Perché non andare a vedere?
Prende la sua automobilina elettrica, collega al cruscotto l'iPad che gli fa anche da navigatore e parte.
Arriva in un posto strano, con il cielo coperto da fitte nuvole. Vede strani individui, che sembrano giraffe, perché hanno il collo lunghissimo, ma non si riesce a vedere il loro viso, nascosto tra le nuvole. Si ferma per chiedere indicazioni e in quel momento vede scendere verso di lui, con un movimento roteante del collo, come fanno le giraffe, un viso di bambino.
"Scusa, - dice allora Robi-sì - è questo il paese di Robi-no?"
"No", risponde Robi-no.
"E sai dove si trova?"
"No", risponde ancora Robi-no.
"Ma - riflette ad alta voce Robi-sì - il mio navigatore dice che sono arrivato!" E, parlando indica l'iPad in macchina. Robi-no sta guardando rapito ed estasiato quelle meraviglie; Robi-sì si accorge del suo sguardo e del modo come fissa l'iPad e gli dice:
"Ti piace?"
"No", risponde Robi-no, che vorrebbe dire "sì", ma non sa pronunciare questa parolina.
Robi-sì capisce al volo e lo invita:
"Vuoi venire a fare un giro con me?"
"No", risponde Robi-no, ma aggiunge: "Aspetta che lo dico a mia madre!"
"Mamma - dice con calma - vado con un nuovo amico!" Poi, rivolgendosi a Robi-sì: "Posso portare un mio amico?"
"Sì", risponde Robi-sì e quando vede che l'amico è un bel gatto bianco e nero, aggiunge: "Sììì! Sììì!"
Poi tira fuori dalla tasca il suo nuovo iPhone 5 e chiama la madre: "Mamma, posso portare un amico a pranzo?" "Certo!" è la risposta; intanto Robi-no lo fissa sempre più meravigliato.

Salgono tutti sull'automobilina elettrica di Robi-sì e partono per il suo paese. Robi-no vede il nastro d'asfalto che la macchinina percorre con facilità e chiede: "Che cos'è questo?"
"Una strada", risponde Robi-sì.
Quando arrivano al paese, Robi-no guarda con stupore le case, le insegne dei negozi, le strade, i semafori, le luci e di ogni cosa vuol sapere il nome. Altrettanto fa quando arrivano a casa di Robi-sì.
Una volta in salotto, Robi-sì accende il televisore, per far vedere al suo amico qualche nuovo cartone e gli dice:
"Io ho sete: beviamo un bicchiere di Coca Cola?", versa la bibita in due bicchieri e ne porge uno a Robi-no. Robi-no lo guarda, prende il bicchiere, ma non sa cosa fare, poi vede che Robi-sì lo porta alla bocca e lo fa anche lui. Che pizzicore quelle bollicine, ma che buono quel liquido!
Intanto sono rincasati i genitori di Robi-sì: la madre, una donna bassa, piccolina e rotondetta, non piace a Robi-no, ma ha un sorriso così bello e accattivante quando gli dice "Ciao!" e poi gli chiede: "E' tuo questo bellissimo gatto?"che Robi-no dimentica che a lui le persone basse non piacciono!
Anche il padre di Robi-sì è una delle persone che Robi-no ama cancellare: è seduto su una sedia a rotelle, perché un incidente d'auto gli ha tolto l'uso delle gambe, però è un ingegnere informatico e lavora alla Apple, proprio alla produzione dell'iPhone: no, non si può cancellare!
Mentre chiacchierano a tavola, la madre di Robi-sì, che è una pediatra, si accorge che Robi-no, quando si avvicina al suo gatto, starnutisce, ha gli occhi che lacrimano e incomincia a grattarsi; capisce che si tratta di un'allergia e lo dice a Robi-no, che, ovviamente, non capisce nulla di tutto quel discorso. Poi gli dice: "Se verrai un'altra volta, ti darò un vaccino, così potrai giocare tranquillamente con il tuo gatto senza star male." Queste parole Robi-no le capisce ed è felice: finalmente non dovrà più star male e potrà accarezzare il suo Dolce quando vorrà!

Al suo ritorno a casa, Robi-no è confuso. Incomincia a chiedersi perché nel suo paese si vive in un modo così strano. La madre si accorge della sua confusione e nota, preoccupata, che il suo collo si va accorciando.
"Che cosa ti è successo, Robi-no? Dove sei stato?" Quindi gli porge qualche bacca per la cena.
"No - dice Robi-no - non ho fame. Ho mangiato pane e Nutella, ho bevuto la Coca e ho guardato la TV!"
La madre è sempre più preoccupata: che cosa mai sarà successo al suo figliolo, che usa parole strane che lei non conosce? Avrà messo la testa in una nube ubriaca? Troppe domande, però! Meglio tornare tra le nuvole e non pensare.

Gli incontri tra Robi-no e Robi-sì continuano e Robi-no diventa man mano più curioso, così più la sua curiosità aumenta, più il suo collo si accorcia.

Un giorno si fa coraggio e chiede al papà di Robi-sì:
"Perché noi non siamo come voi? Perché voi avete tanto e noi non abbiamo nulla?" Il papà di Robi-sì lo guarda sorridendo e risponde:
"Vorresti essere come noi?"
"Ssssì" risponde Robi-no e si meraviglia con se stesso per essere riuscito a pronunciare quella parolina, mentre si accorge che il suo collo è diventato come quello di Robi-sì.
"Allora ti daremo la nostra magia!" - dice il papà di Robi-sì - "Seguimi e ti svelerò il nostro segreto!" e porta Robi-no nel suo studio, dove ci sono tanti libri.
"Vedi, questi sono libri - dice - e qui c'è tutto il nostro sapere. Nei libri noi troviamo ciò che sapevano gli uomini che sono vissuti prima di noi e ciò che sanno quelli che vivono lontano da noi, conosciamo sempre più cose e utilizziamo queste conoscenze per vivere meglio".
Robi-no si avvicina ai grandi scaffali con i libri, ne prende uno e incomincia ad accarezzarlo, pensando di riuscire così ad averne la magia.
"Aprilo, leggilo e studialo attentamente, se vuoi impadronirti della magia!"
"Leggere, che cos'è leggere? E studiare?", chiede stupito Robi-no.
"Se andrai a scuola - risponde il papà di Robi-sì - saprai leggere e imparerai a studiare".
"Anche Robi-sì va a scuola?" chiede Robi-no.
"Certo!" risponde Robi-sì, entrando in quel momento nello studio. "Vado a scuola, perché voglio diventare veterinario, così potrò curare e far vivere a lungo i gatti di mia zia Clara, che a me piacciono tanto!"
Robi-no guarda Dolce, che intanto si sta strusciando a lui, e dice, con uno sguardo sognante: "Anch'io!" Poi chiede: "Ma la scuola è divertente?"
"Non sempre", risponde Robi-sì, "spesso è faticosa e noiosa, ma ne val la pena, se vuoi fare dopo quello che più ti piace".

Dopo qualche mese, nel paese di Robi-no aprirono la scuola che gli abitanti del paese di Robi-sì avevano costruito per loro.
Quando la prima campanella suonò, nel paese avvenne una straordinaria magia: le nuvole sparirono e gli abitanti finalmente potevano guardarsi in faccia gli uni con gli altri e cominciare a vivere una nuova vita.

"Roberto, svegliati, o farai tardi a scuola!"
Urla la mamma, spazientita.
"Sììì!" risponde Roby e si alza velocemente. Mentre si stiracchia e scappa a lavarsi, pensa: "Che strano sogno ho fatto!"
"Mamma su, facciamo presto, oggi ho voglia d'imparare tante cose!" Poi aggiunge "Posso andare da zia Clara oggi? Vorrei vedere come stanno i suoi gatti e dir loro di aspettarmi, perché presto sarò il loro veterinario!"




lunedì 24 settembre 2012

Ciao Luna!

Ciao Luna!
Ieri sera ci hai lasciati e la tua mancanza già pesa tanto!
Eppure eri la gatta meno invadente in casa, preferivi stare molto tempo in giardino, a contemplare le mille cose - il muoversi delle foglie, il ronzare di un insetto, il volo degli uccelli - che attraevano la tua attenzione.
In questa torrida estate appena finita, facevi le tue apparizioni in casa solo per mangiare o bere, poi ritornavi a sonnecchiare negli angolini più freschi. Eri la gatta educata: non bussavi per entrare, miagolavi un po' e poi aspettavi, paziente, che qualcuno si accorgesse di te e ti lasciasse entrare; quindi entravi con un gentile miagolio, che sembrava un saluto.
Nelle tue ultime ore di vita, invece, il tuo miagolio era straziante, chiedevi un aiuto che non sono riuscita a darti, perché troppo tardi ho capito quanto stavi male!
Eri la gatta delle coccole: la tua gioia più grande era ricevere una carezza! Le chiedevi le carezze, le pretendevi e dimostravi, facendo fusa sonore, tutta la tua gioia. Insaziabile! Dovevo mandarti via il più delle volte, perché la tua voglia di carezze era infinita!
Eri anche la gatta delle baruffe e delle liti furiose. Non hai mai gradito che Maia, arrivata dopo di te e da te accettata a fatica e divenuta tua amica, avesse avuto i cuccioli. Da quando sono nati, la tua amicizia con Maia è finita e i cuccioli non li hai mai accolti. Non ho mai capito perché, ma dopo circa quattro anni ancora li rifiutavi. E loro invece, maschi giovani e litigiosi, non facevano altro che infastidirti; Dolce in particolare, non perdeva occasione per graffiarti e farti dispetti.
Ma negli ultimi giorni il loro atteggiamento era cambiato: non litigavano più, sembrava avessero rispetto di te e della tua sofferenza, avevano capito più di me quanto stavi male. Ti guardavano, a rispettosa distanza, con un'espressione seria; Maia esprimeva stupore e angoscia allo stesso tempo, a volte si avvicinava, ti annusava e andava via.
Non so se erano in grado di capire che ci stavi lasciando, non so se hanno capito la tua morte.
Ciao Luna!
Oggi, ogni volta che guardavo in giardino, il mio sguardo correva a cercarti, come d'abitudine, come sempre, e dolorosamente dovevo sforzarmi a pensare che non c'eri e non ci sarai più.
Ciao Luna!
Vorrei immaginarti in un paradiso di gatti, dove hai tutto per te un giardino fresco e soleggiato, con farfalle e uccellini che svolazzano, dove non ci sono le foglie agitate dal vento che ti mettevano paura, dove puoi sonnecchiare felice. Vorrei. Ma l'immagine del tuo corpo inerte annulla ogni altra visione.
Ciao Luna!

 

venerdì 22 luglio 2011

L'ascensore

E così ... ho finito! 
Oggi sono andata a scuola a consegnare tutto ciò che ancora mi legava al mio lavoro: il registro, il tesserino magnetico, la chiave del cassetto. Adesso veramente sono in pensione! 
Non ho voluto usare l'ascensore, oggi no, avevo bisogno di salire quelle scale e guardare con calma intorno a me.
Ripercorrendo le scale non riuscivo a trattenere le lacrime; pensavo a quante volte avevo percorso quei  luoghi: correndo affannata per il ritardo, canticchiando contenta del ritrovarmi con i miei ragazzi, arrancando delusa quando la lezione non era andata come volevo. Per un attimo ho rivisto tanti anni davanti a me, tanti volti, tanti momenti! 
Cercavo di sgombrare quei pensieri, dovevo darmi un contegno: non si piange lasciando il proprio posto di lavoro! Si deve essere felici: finalmente ci si riposa! 
Ho cercato di essere allegra con tutti, non volevo lacrime e addii.
Stavo per andar via, quando un collega, con cui ho condiviso tante ore di lavoro, nell'accomiatarsi da me,  mi accompagna fino all'ascensore e pigia il bottone: è normale, io ho sempre preferito l'ascensore! 
"No - volevo dirgli - non voglio andar via velocemente; voglio ancora sentire i miei passi per le scale!"
Ma non l'ho fatto.
Chiusa in quel vano angusto mi dicevo: "Vai, corri, il tuo tempo è altrove adesso, non è più qui."
E le lacrime finalmente hanno trovato via libera...
E’ da tanto che sto cercando di razionalizzare questo accadimento: è una mia scelta, ho maturato gli anni per andare in pensione, è importante dare spazio agli altri, ho fatto il mio tempo, a scuola non mi trovo più bene, i ragazzi non sono più quelli di un tempo, ormai nessuno ha voglia di imparare, è giusto che dedichi più tempo a me e alla mia famiglia, tanto prima o poi questo momento sarebbe arrivato …
Ma è difficile accettarlo. Tutto intorno a me parla solo di scuola: libri disseminati dappertutto, insieme alle copie dei compiti e dei test che ho fatto negli anni, riviste per aggiornarmi, esperimenti vari che mettevo in campo. Ora è tutto da buttar via!
Ora dovrò imparare a far iniziare il nuovo anno al primo gennaio e non al primo settembre! 



martedì 14 settembre 2010

"Lo faccio per il tuo bene!"

Ho visto di recente una pubblicità che invitava a sterilizzare cani e gatti, come gesto d’amore nei loro confronti e mi sono ricordata tutte le mie perplessità quando ho deciso di farlo per i miei gatti.
Presi la decisione dopo tante discussioni con il veterinario: “Un gatto che vive all’aperto vivrà al massimo cinque anni, un gatto che vive in casa vivrà almeno il doppio di anni!” Ma per tenerlo in casa un gatto, maschio o femmina che sia, è opportuno sterilizzarlo, sia per sfuggire al dramma di dar via i cuccioli, sia per evitar loro la sofferenza di non poter accoppiarsi.
E così toccò prima a Luna, poi ai tre cuccioli, prima ancora che raggiungessero la loro maturità sessuale, poi a Maia.
“Lo faccio davvero per il loro bene?” Mi chiedevo, valutando i pro e i contro della mia decisione.
È meglio averli sempre chiusi in casa, lontani dal pericolo di una morte violenta, investiti da un’auto, privi di rapporti con tutti gli altri gatti per evitare malattie o lotte furibonde; almeno vivranno una vita tranquilla, al riparo da ogni possibile difficoltà.
Non sapranno mai che significa camminare in un prato, annusare l’erba, giocare con le farfalle, incontrare altri loro simili, ripararsi dalla pioggia. Non li sto rendendo dei bei giocattoli per me, che li avrò così sempre a portata del mio desiderio di accarezzarli e di avere la loro attenzione?
Ricordo una lite con mia madre, tantissimi anni fa, quando ancora vivevo in casa con lei. Ogni volta che opponeva un rifiuto alla mia richiesta di fare qualcosa, mi sottolineava che lo faceva “per il mio bene”. Una volta decisi di farle notare che non era per il mio bene che m’impediva di uscire con gli amici o di far altro, ma solo ed unicamente per soddisfare il suo bisogno di star tranquilla, per evitarsi ansie. Non era il “mio” bene che lei perseguiva, bensì il “suo”!
Fu una lite che mi fece molto male e mi rimase dentro, sempre, tanto che, diventata mamma, non ho mai detto questa frase a mio figlio, perché l’ho sempre ritenuta molto ipocrita. 
Eppure intorno a me sento e vedo tanti genitori che continuano a frustrare i propri figli manifestando questo spesso falso desiderio del loro “bene”. Non voglio che tu faccia questo o quest’altro, non voglio che tu scelga questo o quest’altro, non voglio che tu frequenti quello o quell’altro, “per il tuo bene”. Se sono io a scegliere quale indirizzo di studi mio figlio deve seguire, quali amici deve frequentare, quali cose può fare, sto facendo il suo “bene” o lo sto chiudendo nella mia bella gabbia, evitandogli rischi, pericoli, delusioni, ripensamenti?
Certo, il mio ruolo di genitore è anche questo: accudirlo, dargli indicazioni e valori, evitargli pericoli; ma gli sto dando anche possibilità di scelta, possibilità di errore?
Per i miei gatti non l’ho fatto.
Non so se ho fatto il loro bene, so però che ho soddisfatto la mia tranquillità.

lunedì 16 agosto 2010

Luna, la luna e la bambina.

D’inverno il buio arriva presto; quando sta per calare la sera, chiudo le imposte e lascio fuori il mondo e il freddo. Ma non posso lasciar fuori Luna, che anche d’inverno vuole trascorrere almeno qualche ora in giardino, così, prima di chiudere tutto, la chiamo e la faccio rientrare in casa.
“Luna, vieni!” 
A volte non basta. Si nasconde sotto le siepi oppure dorme pesantemente ronfando e non ascolta il mio richiamo.
“Luna, Luna, dove sei? Perché non vieni?”
“Luna, Luna, vieni!”
E’ il mio da fare quotidiano, è il mio saluto alla sera.
Ho fatto la spesa: torno a casa con il portabagagli carico di buste e incomincio a scaricare. 
La mia vicina di casa sta uscendo con la figlioletta più piccola, di cinque o sei anni: 
“Buonasera” 
“Buonasera”
“Visto che tempo oggi?”
Mentre ci scambiamo gli stantii convenevoli, mi accorgo che la bambina sta cercando di bisbigliare qualcosa alla madre e si nasconde da me. Non capisco il suo comportamento, penso voglia attirare la mia attenzione e mi avvicino. 
“No, vai via!” Urla spaventata la bambina. “Sei una strega!”
La madre ed io ci guardiamo con aria interrogativa. Poi un po’ imbarazzata, ma solo un po’, perché capisco che sta già immaginando chissà che cosa sul mio conto, chiede alla figlia il motivo della sua paura.
“È una strega perché parla con la luna! La comanda! Tutte le sere la chiama e la luna appare nel cielo!”
“Ma no, piccola, che dici? Luna è la mia gatta! La sera la chiamo per farla rientrare in casa!”
“Mamma, mandala via, mandala via! È pazza! Crede che la luna sia la sua gatta! È una strega pazza!”

domenica 15 agosto 2010

Terzo

Perché parlare soprattutto di Maia? Sono ben cinque i miei gatti! 
Mi chiedo perché è solo Maia che m’induce a riflettere, a pensare, a ricordare. 
Neve e Batuffolo
Dolce
Li guardo ognuno con più attenzione: Batuffolo e Neve, forse per il loro lungo pelo bianco, hanno un’aria elegante, un fare fine e altezzoso, nobile come quei signori di alto lignaggio che non si confondono mai con la folla. “Sì, siamo qui, - sembrano dirmi - ma con i tuoi ricordi noi non c’entriamo niente! Sono affari tuoi!”
Dolce mi fa venire in mente quei bambini vivaci, furbi, curiosi, che non stanno mai fermi, che prima ancora di posare gli occhi hanno già messo le mani, che ti fanno le moine per avere ciò che vogliono, che sanno essere dolcissimi e impertinenti al tempo stesso. E’ instancabile, mai soddisfatto, guardare lui, anche nei suoi rari momenti di calma sorniona, mi affanna e non posso far altro che chiedermi quale marachella sta progettando, dopo tutti i danni che è stato capace di farmi. 
Luna
Luna è una cucciolotta mai cresciuta, anche se è la più “vecchia”: la sua voglia di carezze è insaziabile, se cominci ad accarezzarla dopo mezz’ora è ancora lì a chiedertene. Mi ricorda alcuni adulti chiusi nel loro mondo di adolescenti: il tempo è passato su di loro e intorno a loro, ma essi hanno sviluppato quasi un’asetticità ad ogni forma di maturazione; stanno lì, attoniti, a guardare un mondo che non li capisce e che non capiscono, in attesa che tutto torni come loro vorrebbero. Luna poi è l’unica che può stare in giardino: è così pigra, goffa e lenta nei movimenti, che non penserebbe mai a trovare una via di fuga. A lei piace contemplare: le foglie degli alberi che si muovono lentamente - non agitate dal vento, perché questo la spaventa e la fa correre a casa - le farfalle e gli uccellini che svolazzano, le tartarughe che le passano vicino: il suo mondo è a ritmi lenti, perciò, quando poi è in casa, non fa che litigare con Dolce, che si diverte ad infastidirla: i due opposti si attraggono sì, ma per litigare!
Maia: racchiude in sé una storia lontana, millenaria. Il suo sguardo non ti lascia scampo, ti costringe a chiederti il perché, sempre, di tutto. Mi sta sempre vicino, discreta, silenziosa, sembra chiedermi ogni momento che cosa sto facendo e perché, quali sono le ragioni più vere del mio, del suo, del nostro essere nel mondo. E’ la gatta che colpisce tutti quelli che vengono a casa mia: è bella, sinuosa, affabile, ma ha anche qualcosa in più, come quelle persone che hanno un fascino segreto, nascosto, che non riesci a scordare e non sai dartene un motivo.

martedì 10 agosto 2010

secondo

Due giorni fa, Batuffolo, Dolce e Neve hanno compiuto due anni!
Non potrò mai dimenticare la sera in cui sono nati!
Avevo trascorso tutto il giorno al pronto soccorso dell'ospedale in attesa che mia madre venisse ricoverata: ero esausta e affamata! Mia cognata mi aveva accompagnato a casa e si era fermata a chiacchierare un po': Maia, stranamente, anziché evitare quella che per lei era un'estranea, mi stava vicina, miagolava e m'invitava a seguirla su per le scale. Non riuscivo a capire il suo strano comportamento e, pur chiedendomene la causa, non gli diedi tanta importanza. Quando poi andai fuori dalla porta, fin davanti al cancello, per accomiatare mia cognata, la sentii miagolare disperata dal balcone: capii che non era una situazione normale, corsi in casa e, appena entrata, Maia m'invitò a seguirla fin nella stanza della lavanderia, dove, rannicchiata in una scatola sotto uno scaffale, iniziò il travaglio del parto.
Non sapevo che fare: era la prima volta per entrambe! Cominciai ad accarezzarla: era l'unica cosa che voleva da me! Ma non mi permetteva di allontanarmi né di assumere una posizione per me più comoda in quello spazio angusto. Se provavo a spostarmi un po', mi seguiva dolorante e m'implorava, con un miagolio straziante, di starle vicino. Ressi per più di un'ora, poi, quando mi accorsi che non mi impediva più di muovermi, corsi a mangiare un boccone e ad indossare il pigiama. Ritornai dopo una mezz'ora circa e trovai che il primo cucciolo era già nato e stava nascendo il secondo. Non aveva più bisogno di me: m'ignorava! Pensava solo a pulire se stessa e i suoi cuccioli, a riposare dalla fatica, ma non voleva più né me né le mie carezze. Dopo qualche minuto ancora nacque il terzo. Il primo e il terzo erano tutti bianchi, con una piccola virgola nera sulla fronte. Il secondo invece bianco e nero. Il primo era il più grosso e si rivelò subito il più capace a trovare come mangiare, l'ultimo invece era il più piccolo e non sempre riusciva a trovare dove fossero i capezzoli della madre.